
Leggendo Eco-iconic, l’ultimo briefing di Trendwatching incentrato sui prodotti ecologici di maggiore appeal, ho scoperto Tesla Motors, una casa automobilistica che dal marzo scorso produce i primi modelli di auto elettrica super sportiva.
I colori e le forme somigliano ai più famosi bolidi italiani, ma il motore è alimentato al 100% da energia elettrica, senza per questo a rinunciare a prestazioni performanti. La Tesla Roadster raggiunge le 60 miglia orarie in 3,9 secondi, ha una velocità massima di 200 Km orari (limitata per sicurezza), ed un’autonomia di circa 220 miglia.
Un difetto? Ovviamente il prezzo, che si aggira sui centomila dollari, ma con l’attuale cambio € / $ non sembra più nemmeno uno sproposito.
A parte la scontata esclusività di girare liberamente in centro città a bordo di una macchina elettrica del genere, quello che a molti premerà capire è quanto sia semplice ed economico fare “il pieno”. Su questo punto non mi sbilancio, nonostante il sito di Tesla fornisca alcune rassicuranti spiegazioni del tipo: “Puoi comportarti come con il cellulare e, indipendentemente dal consumo, ricaricare l’auto durante la notte in tre ore”.
Quello delle energie alternative è un tema che mi sta molto a cuore, e gli incoraggianti risultati ottenuti da Prius, l’ibrida delle Toyota, fanno ben sperare.
Ricevo spesso messaggi di giovani designer e studenti che mi chiedono quale sia la maniera migliore di pubblicare e tutelare i propri progetti sul web.
Per quanto riguarda i canali e le metodologie di diffusione per le notizie di design sono più che competente, ma ammetto invece di non sapere cosa rispondere a chi domanda:
“E se qualcuno mi ruba l’idea, producendo o vedendo un progetto che ha visto sul mio sito, prima che io lo registra o lo metta in produzione?”.
Ho lavorato a progetti di architettura, di interni e di grafica, ma sempre su incarichi assegnati da un committente o per concorsi. Non ho mai progettato in maniera autonoma prodotti, cercando successivamente un investitore, e conosco poco gli aspetti legali del diritto d’autore.
Rivolgo quindi la domanda ai lettori del blog, sapendo che tra essi ci sono esperti professionisti che potrebbero essere di aiuto ai più giovani.
È consigliabile pubblicare sul proprio sito, progetti non ancora realizzati e registrati?
Avere dei testimoni che dichiarano di avere visto un’idea portare prima la tua firma, è una garanzia sufficiente?
Rendere pubblici i propri progetti sul web offre garanzie sufficienti per l’autore o lo espone al rischio di vedersi copiato? Esistono precauzioni o distinguo da fare?
Internet può diventare per molti una grande ed economica vetrina pubblicitaria, ma il mio consiglio è di muoversi solo quando si è sicuri della bontà ed originalità dei propri progetti. Essere pubblicati su un blog celebre è una buona maniera di iniziare, ma in sé per sé garantisce poco, se non che l’autore del blog ha deciso di metterci la faccia.
Il successo di un prodotto dipende solamente dal prodotto stesso, ed esistono davvero fortunati casi di progetti che sono riesciti a colpire l’immaginazione di un ampio pubblico anche solo con pochi rendering. Uno degli esempi più clamorosi, è quello dell’americano Joey Roth: la sua teiera Sorapot ha fatto il giro dei blog di design ed ha procurato all’autore centinaia di mail con richieste di informazioni per l’acquisto … quando Sorapot era ancora solo il prototipo di un neolaureato in cerca del primo impiego! Se la storia di Joey ti interessa, consiglio di leggere l’intervista pubblicata da PSFK ad inizio aprile.

Se sei un designer più o meno giovane in cerca di lavoro a Londra (dove pagano bene e spesso si ha la possibilità di lavorare su progetti coraggiosi ed innovativi), ti consiglio di leggere Deformazioni.net. Il blog è scritto da Giovanni Atalmi, che vive nella metropoli inglese da diversi anni, prima per studiare graphic design e poi per lavoro.
Gli articoli pubblicati sono ancora pochi, ma tutti interessanti e specifici su un argomento di cui non è facile trovare tante fonti di informazioni. Giovanni spiega come muoversi se si è in cerca di lavoro: come presentarsi, e come cercare studi ed agenzie di collocamento in un mercato che ha sì una buona domanda di professionisti, ma anche un altrettanto forte offerta. Purtroppo non ho mai visitato Londra, ma sono sicuro che lavorare lassù possa essere una scelta affascinante, anche se non facile.

Alla quarta mail ricevuta mi sono deciso a parlare di Zune arts.
Ero titubante perché si tratta dell’iniziativa commerciale di un big, ma devo ammettere che i contenuti sono davvero buoni ed è inutile sperare che chi abbia i soldi faccia il mecenate solo per la gloria. È sempre una questione di immagine: una volta erano sovrani e papi ad ingaggiare i migliori artisti per costruire opere che accrescessero il proprio prestigio, ora tocca invece alle grandi aziende come Microsoft.
Su Zune art è possibile vedere e scaricare gratuitamente (non serve nemmeno registrarsi) opere di artisti emergenti della scena underground realizzate in esclusiva. Animazioni ed illustrazioni sono disponibili sotto forma di desktop wallpaper o di brevi videocast da vedere sul proprio Zune, ma anche su qualunque PC. L’interfaccia del sito è molto semplice per concentrare l’attenzione sui contenuti, e l’art direction merita il plauso per la simpatia e la fantasia delle opere prodotte, qualità per cui non è certo rinomata Microsoft.
Zune arts sembra quasi voler dire: dimenticate tutto il resto, questo è Zune!
Una delle ultime tendenze in fatto di web 2.0 sono i siti di… come definirli: progettazione collettiva? L’idea non è nuova, deriva dalla filosofia open source ed è già stata applicata ad altri campi, ma ora stanno scendendo in campo dei soggetti qualificati che potrebbero ottenere dei buoni risultati.
Sto parlando di siti che propongono brief di progetto da svolgere con il contributo di utenti registrati di tutto il mondo. L’unione fa la forza, e questi brain storming allargati possono produrre, o verificare, idee molto interessanti prima della messa in commercio. In realtà gestire questo processo non mi sembra per niente facile: la situazione ideale è quando la gente si ritrova insieme per progettare qualcosa che l’appassiona e che condivide, perché se i rapporti virtuali nascono invece occasionalmente può essere molto complesso stabilire la paternità dei contributi, ed i compensi.
Oltretutto la maggioranza di questi siti paga in dollari, e per gli europei il cambio non è certo favorevole.
In ogni caso qualcuno ci prova: poche settimane fa è stato lanciato in pompa magna Kluster, qualcosa di simile ma meno raffinato è Redesign me, ed esistono da tempo altri due esempi italiani: Creathead per il design e Zoopa per la pubblicità.
Buon ultima, ci prova anche NotCot, anche se con modalità differenti: sul blog saranno pubblicate tre fasi di progetto sviluppate insieme allo studio HERO Design, e si aspetteranno i commenti dei numerosissimi ed appassionati lettori, che possano indirizzare la strada migliore, oltre che creare un po’ di buzz e curiosità intorno a un prodotto che ancora non esiste!
Cosa ne pensi di questa tendenza? Conosci qualche altro esempio che mi sono sicuramente dimenticato?

Adidas e Diesel hanno deciso di unire le proprie forze nella produzione di un’originale collezione jeans uomo-donna. Adidas non è nuova a collaborazioni del genere con altri brand per creare un valore aggiunto che vada oltre la semplice somma di due stili: si tratta sempre di produzioni molto esclusive che riscuotono buon successo, ma in questo caso non mi interessa entrare nel merito di un prodotto che conosco poco, quanto portare la tua attenzione sul sito che promuove l’iniziativa. 83 ways propone 83 strampalate maniere di sprecare il proprio tempo e chiede al pubblico di seguire questi discutibili ma divertenti esempi caricando sul sito un’immagine o un video di testimonianza. Un messaggio simpaticamente scorretto che rappresenta il più evidente contributo Diesel alla collaborazione, oltre ovviamente ai Jeans su cui compaiono le 3 celebri strisce Adidas! Il sito è una gioia per gli occhi di ogni designer: bello il layout, fantastiche le immagini e moderna la struttura per la gestione dei contributi che comprende commenti, tag, post e feed come ogni blog che si rispetti.
Tuttavia ho trovato ancora pochissimi contributi da parte dei visitatori: perché?

Similar Diversity è un emozionante progetto grafico e sociale realizzato da Philipp Steinweber e Andreas Koller. Grazie ad uno speciale software, i due grafici hanno analizzato i testi sacri delle principali religioni mondiali, con l’intento di scoprire le relazioni che intercorrono tra le parole usate con maggiore frequenza. Sinceramente solo da queste immagini non riesco a comprendere bene il procedimento, ma sono sicuro che ad una vista più ravvicinata tutto si dimostrerebbe molto efficace. Oltre all’abilità grafica con cui sono state rappresentati dei rapporti tanto complessi, è ovviamente da lodare l’intento di trovare punti in comune tra religioni diverse, e spesso in conflitto tra loro.
Come già scritto più volte, in questo blog non si parla di politica. So che se lo facessi, i contatti crescerebbero di un buon 50%, ma crescerebbero anche, e questi in maniera esponenziale, i commenti intrisi di pregiudizio e cattiveria, perciò me ne tengo alla larga!
Sono qui per parlare di design, e in questo caso più precisamente di grafica ed immagine coordinata. Seguendo le primarie dei prossimi candidati alla presidenza degli Stati Uniti di America, sono rimasto stupito dalla qualità del progetto che rappresenta il senatore Barack Obama. Tenendo conto che stiamo parlando di un politico, considero il logo scelto da Obama un piccolo capolavoro, perché rappresenta benissimo il personaggio, ed ha un’immagine moderna che si allontana dai comodi tradizionalismi tipici della gran parte dei candidati.
Come insegnano i manuali di grafica un logo, per essere efficace, non deve trasmettere più di tre semplici messaggi. In questo caso abbiamo:
- Il nome del candidato. La forma circolare è assimilabile ad una “O”, l’iniziale di Obama.
- Una visione ottimistica del futuro. Il logo descrive chiaramente un sole che sorge su un campo aperto.
- Patriottisimo. La bandiera nazionale è rappresentata dai colori usati, e dalle strisce orizzontali.
Per bilanciare una scelta stilistica che rischiava di apparire troppo progressista, si è scelto di associare al logo un font più conservatore, dove risalta però una “O” leggermente più grande e che rinforza il legame con il cerchio del logo.
Anche il sito web, e le diverse declinazioni dell’immagine coordinata sono un esempio di modernità e buon gusto, difficili da trovare in ambito politico, soprattutto quando penso agli schieramenti politici italiani, che non sembrano possedere il coraggio, o le competenze, per scegliere dei buoni progetti.
Se conosci l’inglese, ti consiglio di leggere questo articolo per approfondire in maniera esaustiva l’argomento.

Per fortuna non possiedo un iPod!
Il governo australiano ha lanciato una bella campagna pubblicitaria per incrementare il livello di attenzione dei teenagers che passeggiano con gli auricolari indosso. Negli ultimi anni è cresciuto il numero degli incidenti, questo perché chi attraversa la strada ascoltando musica percepisce l’arrivo di un’auto con più difficoltà. Ovviamente la colpa da attribuire al lettore mp3 solo indirettamente e magari anche io finirò col comprarmelo, tuttavia, per l’immagine della Apple, non è il massimo…
Face your pocket è un curioso esperimento grafico/sociale.
Prendi gli oggetti che trovi nelle tasche dei tuoi pantaloni e delle tue borse (soldi, cellulari, biglietti, caramelle…) e sbattili, insieme alla tua faccia, sul vetro di uno scanner: il risultato sarà un’elegante immagine dai toni soffusi che può dire molto di te, del tuo paese, e delle tue abitudini.
Questo sito russo raccoglie oltre 200 immagini inviate da navigatori di tutto il mondo: alcune composizioni sono spontanee, altre paiono invece forzatamente cool. C’è chi tiene gli occhi aperti, chi li tiene chiusi, chi si è dato una pettinata, etc, etc… è arte collettiva?
Nel febbraio scorso ELMANCO sollevò una questione che in questi giorni ha finalmente raggiunto anche i principali telegiornali: quella della messa in commercio di veicoli in grado di superare i limiti di velocità.
L’occasione è stata la pubblicazione delle prime statistiche sugli effetti del sistema elettronico di controllo della velocità nelle autostrade italiane. Ad un anno della sua introduzione, nei tratti in cui è stato installato Tutor, il tasso di mortalità è diminuito del 50% e quello relativo ai feriti del 34%.
A questo dato ne aggiungo un altro sorprendentemente significativo: i tratti autostradali più rettilinei e meno trafficati hanno generalmente tassi di mortalità più elevata della media (per esempio il tratto Faenza-Ravenna è uno dei più “pericolosi”!), perché in tali condizioni di guida inducono ad aumentare la velocità, riducendo di conseguenza tempo e spazio disponibili per reagire ad eventuali imprevisti. Il pericolo è maggiore proprio quando non lo percepisci.
L’argomento è delicato, perché tocca nel profondo le abitudini e le passioni di tanti automobilisti e sportivi italiani, ma è inconfutabile che l’alta velocità sia una delle principali cause di incidenti sulle strade italiane. Incidenti che oltretutto colpiscono la fascia più giovane e produttiva (e sempre più esigua) della nostra società. Una delle problematiche con cui il design, ed il marketing, dovranno confrontarsi nei prossimi anni sarà produrre veicoli più lenti, più piccoli, più economici, e di conseguenza meno inquinanti. Ovviamente una tendenza del genere danneggerà molti produttori, ma potrà invece dimostrarsi la fortuna di tanti altri.
L’articolo precedente aveva innescato un discreto dibattito; purtroppo i vecchi commenti sono andati perduti nel cambio di piattaforma, ma cerchiamo di restare in argomento e lasciare perdere i confronti con alcool e fumo…
Anche io odio alcuni assurdi limiti dei 50 in strade extraurbane, ma vendere automobili che superano i 150, obiettivamente, a chi giova?
L’altro giorno ho ascoltato su Virgin Radio la pubblicità di un antirughe maschile! Fino a pochissimi anni fa sarebbe stato impensabile accostare un prodotto anti età alla musica rock.
Stiamo diventando un paesi di vecchi, che ricorda le rivoluzioni passate ma non immagina quelle future, perché i giovani sono troppo pochi e troppo poco affamati.
Ma Mick Jagger si spalma la crema tutti i giorni, o va direttamente di chirurgia plastica?
La smania di personalizzare è ormai diffusa in ogni tipologia di prodotto: merito dell’evoluzione tecnologica che abbassato i costi, e di internet che ha semplificato le comunicazioni tra le aziende e i consumatori/utenti. Questa tendenza è stata cavalcata anche da Diesel, in occasione del lancio del profumo Fuel For Life. Nei mesi scorsi una sofisticata campagna pubblicitaria ha creato un discreto buzz intorno al prodotto, e da lunedì 22 ottobre sarà possibile ordinare una versione speciale di Fuel For Life. Diesel mi ha fatto provare in anteprima il bel sito che permette di ordinare una versione personale del profumo, scegliendo una delle numerose combinazioni possibili di colori e loghi con cui decorare la boccetta di profumo. Sarebbe stato fantastico scegliere la fragranza stessa miscelando i componenti come un piccolo chimico, ma per una cosa del genere forse dovremo attendere un web 3.0 che coinvolga anche altri sensi…

Il progetto Knitta sta girando sul web già da un bel po’, ma continua a meritarsi della nuova promozione. Knitta è l’ennesimo esempio di street-art: la sua peculiarità risiede nella balzana idea di usare lavori a maglia incompleti per rivestire pali, monumenti, maniglie e tanti altri impensabili oggetti pubblici. Dall’estate 2005, le/i Knittas diffondono lungo l’america i loro morbidi e colorati segnali di lana; puoi vedere le creazioni anche in questi Myspace e Flikr account.

Ho scoperto da pochi giorni, e non ricordo nemmeno come, una delle più complete risorse web per chi lavora nel campo della moda.
Fashion Mission è un sito olandese (quasi completamente scritto in inglese) che contiene migliaia di link a siti e blog che coprono tutti gli aspetti inerenti alla produzione e alla commercializzazione d’abbigliamento. Ci sono le sezioni dedicate alle fiere, agli stilisti, ai negozi, alle modelle, ai colori della prossima stagione, etc, etc… insomma la raccolta definitiva di tutte le informazioni riguardo alla moda che è possibile reperire attraverso il web: buona caccia!
Sicuramente ne avrai già sentito parlare anche tu, perché il battage pubblicitario è stato notevole, ma la mia soddisfazione per questa nuova radio è tanta da meritare un post sul blog. Virgin è una radio nata a metà luglio, e immediatamente diventata la mia preferita; per tutto il giorno viene trasmessa solamente musica rock o pop-rock di ogni epoca, dagli anni ’60 fino ai giorni d’oggi. Il bello è che ci sono pochissime interruzioni pubblicitarie e nessun DJ gaudente che racconta le notizie più “divertenti” apparse sui giornali la mattina.
Fino a quando continueranno così sono imbattibili, perché passare con questa nonchalance dai Led Zeppelin ai Blink 182 non è da tutti, ma temo che gradualmente crescerà la pubblicità, a meno che non si tratti solamente di una grandiosa operazione di brand awareness del geniale Sir Richard Bronson, che tutto sommato potrebbe anche permetterselo…
Il Metronaps pod è l’attrezzo che ti farà fare la pennichella più cool dell’ufficio! Il costoso (8.000 $) gadget d’arredo dovrebbe essere acquistato dalle aziende per lasciar dormire i dipendenti al lavoro: proprio così.
I creatori di questa cabina-letto si sprecano in lodi della siesta pomeridiana, e dei benefici alla produttività e all’efficienza che i lavoratori possono trarre da un breve riposo di 15-20 minuti… migliore di tanti caffè o anfetamine. Probabilmente i creatori del Metronaps hanno ragione, ma non pronostico un gran successo alla loro idea, perché temo siano pochi gli ambienti di lavoro sufficientemente maturi da usare uno strumento del genere. Tuttavia un settore di nicchia può saltare fuori; si parla di usarlo anche negli aeroporti, chissà. Comunque sia il Metronaps mi sembra ben progettato, e la semicalotta scorrevole assicurare la giusta riservatezza, nonostante le cuffie restino necessarie. Solamente riguardo all’igiene conservo alcune perplessità, sebbene i materiali siano descritti come facilmente lavabili.
(Thanks Luca!)

La scorsa settimana ho trovato in stazione a Bologna un allestimento della Nintendo che permetteva ai viaggiatori di trascorrere l’attesa giocando con la consolle Wii.
Qualche settimana prima avevo avuto modo di giocare per la prima volta con la Wii e devo riconoscere che si tratta di un’esperienza innovativa e dalle grandi potenzialità. Come probabilmente saprai già, il controllo del gameplay avviene attraverso degli speciali telecomandi senza fili al cui spostamento corrispondono delle precise azioni dei personaggi nel gioco. Questo significa che per giocare a tennis non si deve cliccare su dei pulsanti, ma mimare il gesto di muovere la racchetta, come se se ne stesse veramente stringendo una in mano. Con la Wii si gioca stando in piedi, e naturalmente si suda molto di più che non usando una “tradizionale” Playstation.
Proprio per l’unicità di queste caratteristiche la Nintendo si rivolge ad un pubblico diverso dal tradizionale, un pubblico più variegato ed adulto, perché questa nuova esperienza può appassionare anche over 50, e giocatori non abituali, oltre che essere utile a chiunque sia consigliata un po’ d’attività fisica. In questo senso la scelta di promuovere la Wii in un luogo di grande affluenza come la stazione mi sembra giusta, soprattutto se lo scopo è raggiungere un pubblico non giovanissimo, che solo dal vero può rendersi conto quanto sia diverso giocare in questa maniera.
Peccato però che quel giorno abbia visto promuovere e giocare con la consolle Nintendo solo ragazzi e ragazze: per stupire fino in fondo sarebbe stato interessante ingaggiare delle promoter 50enni e vedere saltellare degli arzilli 70enni stufi di rincoglionirsi passivamente davanti alla TV.
Aggiornamento dell’ultima ora: adesso la Nintendo ha sfornato anche la Wii Balance Board, che funziona tramite lo spostamento dei piedi.

Vice è un fantastico magazine freepress di moda fotografia e lifestyle, distribuito, nelle rispettive edizioni nazionali, nei principali paesi occidentali.
Quando riesco a recuperane una copia qua in Romagna, Vice si rivela sempre una piacevole e interessante lettura. Tuttavia tantissimi articoli e materiale sono lo stesso reperibili anche sul sito.
Ad esempio, consiglio di vedere la sezione photo blog, contenente un centinaio (ad occhio e croce) di gallerie di impedibili parties organizzati in giro per il mondo. Prima o poi mi dovrò decidere a fare un servizio del genere anche per Marina di Ravenna…
Frizzifrizzi ha pubblicato la versione italiana di un’interessante post apparso sul leggendario Boingboing pochi giorni fa, e che mi era sfuggito. L’argomento sono le emoticons, le “faccine” che permettono con pochi segni ortografici di esprimere uno stato d’animo, e che sono diventate scorciatoie, ma anche qualcosa di più, per molti di noi nella compilazione di sms ed e-mail.
Un recente studio scientifico ha dimostrato come le differenze tra emoticons occidentali (americane) ed orientali (giapponesi), siano dovute alle differenti culture e convenzioni sociali tra i due popoli. Mentre le emoticons occidentali esprimono le emozioni soprattutto variando la rappresentazione della bocca, e sono lette orizzontalmente, quelle orientali si basano sui cambiamenti degli occhi. Questa diversità si spiega con la constatazione che “per loro cultura i giapponesi, in presenza di altri, tendono a reprimere le loro emozioni più di quanto facciano gli americani(ed in effetti basta farsi una scorpacciata di film e libri giapponesi per rendersene conto) quindi per capire meglio il vero stato d’animo di chi gli sta di fronte devono basarsi proprio sugli occhi, molto più difficili da controllare rispetto alla bocca.”.
La maggior parte di emoticons che vedo usate in Italia sono del tipo americano, ma non manca certo nemmeno l’altra tipologia, anche se la ritengo, ma forse in maniera errata, tipicamente femminile.











