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Intervista a Marco Ugolini

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Ha appena inaugurato a Lipsia la mostra di un artista italiano il cui cervello è da tempo fuggito all’estero. Marco Ugolini ha passato l’ultimo decennio tra Olanda e Germania producendo una grande quantità di lavori di fortissimo impatto visivo e comunicativo che parlano una lingua comprensibile a tutti per la loro disarmante chiarezza. Impensabile cercare di incasellarne uno qualsiasi in una categoria preordinata: la lingua universale che questi lavori parlano è fatta coi pezzi di molti alfabeti diversi. Contaminazione e comunicazione sono indubbiamente le due costanti all’interno dell’opera di Ugolini che è a un tempo variegata nella forma e compatta nella forza del messaggio, e piuttosto che a un artista o ad un designer tout court (anche se lui si definisce designer) viene molto più facile per me confrontarlo con David OgilvyStefan Sagmeister … giusto per scomodare come al solito qualche nume tutelare.

Elmanco: Marco, ti conosco da tanti anni eppure quasi mai abbiamo parlato del tuo lavoro. Partiamo dalla cosa più recente: la mostra a Lipsia. Negli ultimi 3 mesi hai vissuto a Blumen dove sei stato invitato per una artist residency. Ti chiedo di tracciare un piccolo bilancio di questa esperienza ora che hai finito di lavorare e cominciato ad esporre.

 

Marco Ugolini: L’esperienza nel suo complesso è stata davvero positiva. Gli organizzatori di questa residenza sono un collettivo di artisti e studenti e mi hanno messo a disposizione un appartamento e uno studio per lavorare. Durante il periodo di tre mesi ho lavorato ai miei progetti e ho anche organizzato un workshop (prima esperienza di insegnamento) con un gruppo di studenti della HGB, una scuola di design piuttosto importante qui a Lipsia. Con loro abbiamo lavorato per una settimana discutendo su alcuni temi scelti da me, e alla fine abbiamo esposto le opere in un opening party. Ho anche tenuto una lezione all’università di Lipsia per gli studenti di storia dell’arte e pedagogia. Infine, da non sottovalutare, sul piano umano la residenza è stata un’ottima occasione per conoscere persone nuove e una città nuova. Questo dà sempre molta motivazione e ispirazione.

Elmanco: Suppongo tu sia stato invitato a Blumen sulla base del tuo bel curriculum. Quale progetto in particolare pensi possa esserti valso da “biglietto da visita”?

Marco Ugolini: Difficile a dirsi. Ogni volta che si partecipa ad una competizione (e questo vale per tutti i concorsi) non si sa bene chi sia la giuria e che cosa si aspetti. Quando una audience guarda il mio lavoro, ognuno è colpito da un progetto diverso. Due progetti che hanno particolare successo: la serie di foto Equality e il poster intitolato A Poster.

Elmanco: Uno dei tuoi progetti più visti su internet è Per color che è nato in un contesto molto diverso rispetto a quello mitteleuropeo in cui hai sempre lavorato. Dove eri e come ha influito l’ambiente in cui ti trovavi sul tuo lavoro?

Marco Ugolini: Quando ho realizzato Per Color ero in Brasile, a Belo Horizonte, per una residenza in un centro di arte. Voglio dire, i supermercati sono luoghi ormai abituali e sono ovunque, in ogni angolo del mondo. In quella giornata, in cui ho scattato le foto insieme al fotografo Pedro Motta, ho voluto riappropriarmi in maniera ludica dello spazio del supermercato, che a mio parere è uno spazio di manipolazione. In molti mi hanno chiesto che cosa significhi il colore in questo progetto, a me piace rispondere dicendo che, a modo mio, cerco di parlare di libertà, e quindi il colore, qui, ha una funzione liberatoria. Per legarmi alla tua domanda, allora, potrei dire che in America Latina si ha una sensazione speciale di libertà, non lo so spiegare, ma li si vive in modo diverso.

Elmanco: In generale mi sembra che il genius loci riesca sempre a farsi strada nei progetti sviluppati in ciascun posto; sempre in Brasile hai realizzato una campagna di sensibilizzazione sulla fauna locale, mentre a Lipsia per parlare della coscienza dei consumatori hai tirato in mezzo il BauHaus: quel’è tra i molti posti in cui hai lavorato quello che ti ha più stimolato? Che tipo di legami si sono instaurati tra te e le città in cui hai vissuto?

Marco Ugolini: Ho vissuto per un lungo periodo in Germania e nei Paesi Bassi. In ogni luogo in cui mi trovo mi guardo attorno con un occhio da designer. La cultura, per me, in fin dei conti è la cultura visiva, la cultura del progetto. Ad esempio, mi sono fatto l’idea che in Germania (come in Svizzera d’altronde) il design  sia particolarmente legato alle regole, alla tipografia ad esempio, o alla produzione dei libri. In Olanda il design ha molto a che fare con il concetto, con l’innovazione, la provocazione. Poi penso che quel lato della mia personalità che mi porta a trattare di temi politici e sociali abbia fortemente a che fare con il mio background italiano. Come faccio a dirti in poche parole cosa abbia significato per me il Brasile? Ti dico solo che viaggiare è quello che non mi stancherò mai di fare, quello che mi rende davvero felice, la vera ricchezza sono le esperienze che ti fanno crescere.

Elmanco: Tra i temi ricorrenti nel tuo lavoro ci sono il consumismo, lo stile di vita occidentale, la coscienza del consumatore; non è troppo difficile immaginare cosa ti spinga a riflettere e cercare di sensibilizzare su questi temi. Un altro tema sul quale hai molto lavorato sono le maschere e qui per me è più difficile intuire il motivo del tuo interesse. Puoi spiegarci?

Marco Ugolini: Maschere e consumo, dal mio punto di vista, non sono poi così dissociate. Vedi, io parto dal presupposto che la parola “consumatore” non sia altro che un termine pudico che significa in realtà “dominato”. Allo stesso tempo, in questo contesto di sottomissione, la maschera (insieme al gesto di nascondersi, di scomparire) è un oggetto magico, liberatorio, seppur in modo simbolico. Un semplice esempio è il carnevale. Il gesto di mascherasi, a carnevale, nasce nel medioevo dalla necessità di essere “invisibili” all’occhio divino. Nascondendo la tua identità diventi irriconoscibile, diventi un’altra persona o un animale, e puoi godere del rito pagano, senza essere giudicato.

Elmanco: Hai lavorato con un’infinità di media, dal fumo delle ciminiere ai piccioni viaggiatori, ma tra gli ultimi lavori quello che più mi ha divertito è un ready made: Landscape portrait / Portrait landscape è geniale e disarmante; mi ricorda molto più Ernesto Staccolanana (personaggio inventato da Corrado Guzzanti in un suo memorabile sketch) che Marcel Duchamp e mi stupisce almeno due volte perché hai scelto di dissacrare un’icona già dissacrata da tali e tanti artisti da rappresentare un cimento praticamente impossibile (…un po’ come la rima “cuore-amore” che solo Petrarca e pochi illustrissimi hanno avuto l’ardimento di usare). Posso considerarla l’opera che sancisce definitivamente la tua maturità artistica? Il mio entusiasmo è condivisibile o sono completamente pazzo?

Marco Ugolini: :) Per me è molto importante avere dei feedback sui miei lavori, mi fanno molto riflettere. Mi fa piacere che quel pezzo ti entusiasmi. Landscape Portrait e Portrait Landscape, in inglese, sono giochi di parole. La relazione tra un’opera e il proprio titolo è molto importante, crea un ritmo, una narrativa. E l’approccio, qui, è quello tipico del graphic designer, che pensa in termini di carta, di fogli A4, del loro orientamento. Non sta di certo a me dire se questo sancisca una maturità artistica, ma grazie per il commento :)

Elmanco: Grazie di tutto il tempo che ci hai dedicato Ugo e un in bocca al lupo per la mostra nonché i prossimi progetti!

 

Marco Ugolini: Grazie a te Gianluca. E grazie a Elmanco. Mi raccomando: www.jesuismonreve.org

 

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Gianluca Gimini

Gianluca Gimini ha grosso modo una trentina d'anni e solo in rarissime occasioni parla di sé in terza persona. Lavora come freelance occupandosi di disegno del prodotto e grafica. E' assistente all'università, scrive traduzioni e a volte anche articoli per Elmanco, ma donerà il suo corpo all'umorismo.

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